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Immigrazione e sbarchi come strumento di propaganda; ma non basta dire no, serve un’alternativa basata sui doveri

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Finalmente la nave-spot Aquarius è approdata a Valencia, per fortuna senza portare con sé alcuna vittima. Questa vicenda è stata utilizzata come un enorme spot elettorale (e sì, le elezioni ci sono state quasi 4 mesi fa, ma faceva comodo usarla per le campagne elettorali di molti comuni che stanno andando al voto) dal nostro nuovo ministro dell’Interno, quel Matteo Salvini che evidentemente non ha smesso i panni da comizio per indossare quelli più consoni al suo ruolo di membro del governo e vice presidente del Consiglio.

Oltre ad essere uno spot, la vicenda della nave Aquarius è risultata essere anche un grande bluff dato che, mentre Salvini sparava bordate a destra e a manca contro Francia e ONG, oltre 2000 persone venivano (fortunatamente) salvate in mare dalle nostre navi e sbarcate nei porti italiani. La prima domanda che ci è sorta è stata chiaramente sull’eticità, oltre che la regolarità, di lasciare praticamente alla deriva oltre 600 persone, donne e bambini inclusi, per poter lanciare qualche slogan e qualche tweet in rete; ma subito dopo ci siamo chiesti come mai si è giunti a questo punto e quale possa essere un’alternativa a simili “politiche” che, bisogna ammetterlo, in questo periodo fanno presa su buona parte dell’opinione pubblica.

Intanto iniziamo con il sottolineare come, nell’ultimo anno, gli arrivi di immigrati in Italia siano diminuiti del ben 82%, la rotta libica si è ridotta enormemente lasciando spazio a nuove e vecchie rotte, come quella che passa dal Senegal, attraverso la Mauritania per arrivare in Marocco e da lì, in Spagna. Un’inversione di tendenza che non ha certo origine nei 15 giorni di governo lega-5stelle, ma che è iniziata con le politiche dell’ex ministro dell’Interno Minniti e con il governo Gentiloni.
Quindi Salvini, oltre ad utilizzare la questione immigrazione per non parlare delle promesse elettorali che interessano veramente gli italiani, come la famosa flat tax, il reddito di cittadinanza, e l’abolizione della legge Fornero (sulle quali non hanno probabilmente idea di come attuarle), mente quando dice che “abbiamo fatto più noi in 15 giorni di governo che il Pd in 6 anni”.

La questione immigrazione è comunque molto complessa e ovviamente non bastano azioni simboliche e slogan per risolverla. Il lavoro che aveva iniziato a fare il governo Gentiloni sta dando i suoi frutti, gli arrivi stanno diminuendo perché diminuiscono le partenze. L’obiettivo quindi deve essere duplice: da una parte lavorare in stretta cooperazione con le autorità dei Paesi di partenza, tra cui ovviamente la Libia, in modo tale da garantire maggiori controlli sulle reti dei trafficanti e una migliore gestione dei flussi migratori; dall’altra, per coloro che arrivano nel nostro territorio, sviluppare un progetto funzionante di integrazione, responsabilizzazione e formazione che miri ad affiancare ai giusti diritti delle persone in fuga da guerre e miseria, i doveri che l’essere accolti comporta.

Coniugare diritti e doveri, rafforzando questi ultimi, è utile e importante non solo per chi accoglie; ma anche per chi arriva. Perchè l’obbligo di apprendere la lingua, imparare i rudimenti del nostro diritto e della convivenza civile, poter essere impiegati nella propria comunità con lavori e progetti di pubblica utilità, sono solo alcune delle molte ragioni che renderebbero più sostenibile e meno ‘pesante’ la gestione dei flussi. Significa favorire l’integrazione, non mortificare l’impegno degli immigrati che ci provano e si rimboccano le maniche, trasmettere messaggi positivi.

Certo è più facile lanciare la campagna #chiudiamoiporti che risolvere i problemi; anzi, questo atteggiamento rischia ancora una volta di far cadere il nostro Paese in un isolamento internazionale che non aiuterà di certo ad affrontare questioni così delicate.

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